Testi per UF2
pubblicato su
Teléma no 13, estate 98,
Il mondo è diverso, cambiano impresa e lavoro
Francesco Antinucci
Non bastano molti computer per fare una scuola moderna
Uno dei
massimi esperti, e convinto fautore, dell'uso delle nuove tecnologie nei
processi di apprendimento interviene sul tema dell'introduzione del
computer nella scuola, affrontato nel precedente numero di Telèma. E
manifesta il suo scetticismo: sarà molto difficile, forse impossibile,
cambiare un sistema stabilmente strutturato intorno alla cultura del libro
stampato.
La scuola
vive un paradosso nei confronti delle nuove tecnologie interattive basate
sul computer. La loro introduzione nell'insegnamento non soltanto non ha
alcun oppositore, ma è anzi auspicata e considerata essenziale
praticamente da tutti: eppure ciò non avviene. E aggiungerò (sperando di
essere smentito dai fatti) che vi sono ben poche probabilità che avvenga
anche nel corso dei prossimi dieci anni. So di attirarmi un mare di
critiche e sicuramente la qualifica di "disfattista", soprattutto in
questo momento in cui "qualcosa si muove" anche al livello istituzionale
(si veda
La
riforma è necessaria per prepararci al futuro di
Luigi
Berlinguer e
Un'educazione
digitale nel progetto dell'Europa di
Mario Fierli nel
numero 12 di
Telèma) ma il mio è, purtroppo, un "pessimismo della ragione": i suoi
argomenti non si basano affatto sulle solite caratteristiche "italiche"
(arretratezza, inefficienza, burocratizzazione, cronica mancanza di fondi,
mancanza di continuità istituzionale, ecc) che ben legittimano una robusta
dose di scetticismo, soprattutto in un ambito, la scuola appunto, dove
tali "virtù" appaiono massimamente concentrate, ma su qualcosa di più
profondo e radicato che ha a che fare con la natura della scuola, con
quella delle nuove tecnologie e quella dei processi di apprendimento e
formazione.
L'ostacolo è
formidabile e, per di più, ha una caratteristica estremamente insidiosa:
tende a essere "nascosto". Affiora talvolta alla coscienza (si vedano, ad
esempio, gli articoli
Lo spazio
multimediale è un modello, di filosofia di
Roberto
Maragliano,
E' una macchina di
talento: ci restituisce l'esperienza di
Domenico
Parisi,
La
simulazione è seducente ma, se non la capisci, inganna di
Sherry
Turkle, e l'intervista con
Seymour
Papert di
Francesca
Leoni,
Collegatevi alla
rete, non è in classe che si impara, sempre nel
precedente numero
di Telèma), ma raramente viene riconosciuto come tale nella sua
importanza. Si tende a metterlo da parte, a considerarlo secondario
rispetto alla massa dei problemi economici e pratici che sorgono
nell'affrontare un cambiamento così impegnativo: l'introduzione delle
nuove tecnologie in un ambiente che di tecnologia è completamente
privo. Ma il successo di questa impresa, e forse non sarebbe esagerato
dire la sopravvivenza della scuola stessa come luogo centrale della
formazione, dipendono dal suo superamento. Proverò, quindi, a renderlo
esplicito, a far emergere questo vero e proprio iceberg, nella speranza,
assai tenue, come si comprenderà dalle masse e forze in campo, di poter
evitare alle neovarate riforme la fine del Titanic.
1. Per
rendere le cose chiare, e, soprattutto, non ambigue, cominciamo con
l'estremizzare. Supponiamo che, con un colpo di bacchetta magica, tutti
gli ostacoli pratici vengano rimossi: dal prossimo anno scolastico tutte
le scuole italiane saranno dotate di computer, anzi, non tutte le scuole,
ma tutti gli studenti e i professori. Detto per inciso, questo obiettivo
sarebbe meno difficile da raggiungere di quanto non si pensi, se si
adottassero alcune semplici misure: basta pensare, ad esempio, che la
spesa a carico di ciascuna famiglia per i testi scolastici di un solo anno
(con il relativo "materiale di accompagnamento") ha un valore pari alla
metà o anche ai due terzi di un computer (se acquistato in grandi
quantitativi). Non dovrebbe dunque essere molto difficile reperire il
restante terzo con adeguate formule di finanziamento, magari con una
"lotteria" sull'istruzione cui, credo, tutti sarebbero interessati a
partecipare. Non me ne vogliano gli editori di libri scolastici, ma
l'investimento, oltre che didatticamente legittimato (si veda, ad esempio,
la situazione dello stato del Texas dove dal 1995 il computer può contare
legalmente come libro di testo e dove si sta valutando la possibilità di
sostituire interamente questi ultimi con il primo, come riportato
nell'articolo di Pedemonte sullo scorso numero di Telèma), sarebbe anche
economicamente più sano, perché ci sarebbe sicuramente una obsolescenza
meno rapida di quella, annuale, del manuale scolastico.
Supponiamo
anche che tutti questi computer siano connessi a Internet. Sempre per
inciso, anche questa sarebbe una cosa non difficile da ottenere se il
gestore delle linee telefoniche fosse "obbligato" (da una sana libera
concorrenza, oppure da un esplicito provvedimento in regime di monopolio)
ad assicurare il collegamento a una tariffa fissa di ridottissimo importo,
economicamente più che compensata dal numero e soprattutto dalla mancanza
di ragguardevoli costi aggiuntivi. E infine supponiamo pure che tutta
questa popolazione, studenti, ma soprattutto insegnanti, siano
compiutamente alfabetizzati sulle capacità e usi di base del computer
stesso. Altro obiettivo non difficilmente raggiungibile con semplici
provvedimenti "incoraggiatori": ad esempio, spostando obbligatoriamente
anche solo una parte dell'attività burocratica che si svolge nelle scuole,
tra le scuole, tra queste i provveditorati e il ministero, sul mezzo
elettronico-telematico anziché su quello cartaceo. I professori, ad
esempio, dovrebbero essere "obbligati" a usare la posta elettronica e i
word processor per convocare le riunioni, scambiarsi voti e giudizi,
redigere verbali, ecc, così come è successo in qualunque ufficio di una
certa dimensione negli ultimi anni. Bene, a questo punto siamo pronti a
iniziare il primo anno scolastico della Nuova Era: cosa accadrebbe?
Nulla.
2. Vi
sono due argomenti a favore di questa previsione, che vanno attentamente
presi in considerazione. In primo luogo c'è da dire che quando alcuni
paesi o alcune realtà si sono avvicinate a questa condizione, di fatto non
è successo nulla. In Inghilterra si è arrivati nelle scuole superiori a un
rapporto di 1 a 9, 1 a 8 computer - alunni (si veda l'articolo di
Jeff Morgan nel
precedente numero di Telèma). In America, soprattutto in alcune realtà, la
presenza dei terminali è stata ancora più consistente. Nulla di
significativo è accaduto: certamente nulla di lontanamente paragonabile a
ciò che le ricerche sperimentali sull'utilizzo di queste tecnologie
nell'apprendimento lasciava credere potesse succedere. E qui,
attenzione, si tocca un punto che non ha nulla a che fare con le "virtù"
italiche, come le ho chiamate prima. Anzi, la nostra consueta arretratezza
è stata in questo caso così estrema da risparmiarci un errore: quello di
istituire le "aule informatiche", come "laboratori" per un ennesima
suddivisione disciplinare, l'"informatica" appunto, da collocarsi accanto
alle altre. Tuttavia, dagli errori si impara, e si impara perché si
capisce: e non vorrei che il nostro deficit provvidenziale dell'inizio si
tramutasse in un irrecuperabile deficit di comprensione adesso, magari
poggiandosi su una certa faciloneria nell'interpretazione di quanto è
accaduto ("si è ceduto all'illusione tecnologica").
In secondo
luogo, noi abbiamo vissuto da non molto la vicenda di un'altra
"introduzione tecnologica", di cui spesso tendiamo a dimenticarci, proprio
per la sublime irrilevanza degli effetti da essa prodotti. Alludo alla
tecnologia televisiva. Quando comparve e si diffuse la televisione si
disse, e con ragione, che si trattava di un eccezionale nuovo mezzo di
comunicazione. Con una motivazione, tra l'altro, identica a quella che si
usa oggi, e di nuovo con ragione, per render conto di una parte del grande
potere delle nuove tecnologie: l'essere a base visiva, il poter far vedere
le cose anziché solo descriverle. E, di fatto, l'introduzione della
televisione ha prodotto, come ben sappiamo, cambiamenti di enorme portata
nell'intera organizzazione dei mezzi e dei sistemi di comunicazione, con
un rilevante e ampio impatto sociale. Poiché la comunicazione è parte
fondamentale dei processi di trasmissione e formazione delle conoscenze,
fu del tutto evidente che un mezzo così potente potesse avere un
potenziale didattico elevato, soprattutto quando la tecnologia mise a
disposizione un sistema facile ed economicamente conveniente per editare,
conservare e riprodurre a piacere localmente il materiale (tele-)visivo
attraverso l'invenzione e la diffusione del videoregistratore e della
videocassetta. Bene, la televisione esiste in Italia da oltre
quarant'anni, il videoregistratore e le videocassette da quasi venti e
inoltre la quasi totalità delle scuole italiane possiede oggi questi
strumenti.
Cosa è
successo, cosa è cambiato nella scuola dopo questa rivoluzione? Nulla.
Questi strumenti "giacciono" nelle scuole, significativamente collocati
sotto l'etichetta di "sussidi audiovisivi" e svolgono, nella migliore
delle ipotesi, il ruolo che l'etichetta, appunto, assegna loro, dove la
parola assume lo stesso significato insito nell'espressione "sussidio di
disoccupazione": marginale, quando, disgraziatamente, non si possa avere
vera occupazione (la "lezione"). Benché le nuove tecnologie basate sul
computer siano molto più potenti e di impatto molto più vasto e radicale
di quelle basate sulla televisione, come mostrano i cambiamenti da esse
già prodotti in quasi tutti i settori dell'attività umana, questi
argomenti e ciò che di fatto sta accadendo (o, meglio, non sta accadendo:
come ha fatto la scuola a rimanere immune fino a oggi da un cambiamento
che ha coinvolto realtà così diverse come officine meccaniche, banche,
ospedali, giornali, tanto per elencare a caso?) tutto ciò, dicevo, lascia
ben poche illusioni sul fatto che l'introduzione dei nuovi mezzi nella
scuola non si risolva nella dotazione di "sussidi multimediali", collocati
in apposite "aule multimediali", per svolgere più che marginali "attività
multimediali".
3. La
verità è che la scuola, e non solo quella italiana ma in quanto
istituzione formativa, sembra essere impermeabile ai cambiamenti, anche
quando essi sono di grande portata, anche quando coinvolgono profonde
strutture della vita sociale e investono gran parte delle attività
produttive e lavorative: i nostri figli vanno in una scuola che non solo è
sostanzialmente identica a quella nella quale andavamo noi, ma anche a
quella dove andavano i nostri padri e i nostri nonni. Sono le ragioni
di fondo di questa impermeabilità, di questa straordinaria resistenza, che
vanno ricercate, comprese e poi affrontate se si vuole che qualcosa cambi.
Purtroppo questo è proprio ciò che non si fa, poiché, come vedremo, si
tratta di problemi particolarmente difficili e ardui da affrontare, e anzi
probabilmente irresolubili, se non si è disposti a mettere in gioco
radicati modi di vedere e di pensare ormai assunti a verità assolute
anziché a prodotti di determinate circostanze storiche, sia pure di grande
successo e di lunga durata. Si preferisce così baloccarsi (mi si perdoni
l'espressione, ma tale sembra nel confronto) con la questione del quantum
di "moderno" debba esservi nelle discipline e negli approcci, o se siano
meglio due cicli di quattro anni anziché uno di cinque e uno di tre. Le
ragioni di fondo toccano invece i modi dell'apprendere, così come
determinati dalla natura delle capacità cognitive umane, e gli obiettivi
da raggiungere che, pur potendosi porre estrinsecamente, sono a essi
profondamente legati e richiedono perciò una precisa esplicitazione.
Entrambi questi fattori interagiscono poi con i mezzi, ma soprattutto con
la tecnologia disponibile e questo non solo nel mondo per eccellenza
tecnologico di oggi, ma da sempre: per lo meno dalla comparsa dell'Homo
sapiens non vi è mai stata alcuna attività umana non intrinsecamente
legata allo sviluppo di una determinata tecnologia.
E' soltanto
l'abbacinamento tecnologico di quest'ultimo secolo che ci ha fatto perdere
di vista come questa dipendenza sia stata altrettanto profonda e
determinante anche nel passato. Così è facile cadere nell'errore di non
vedere più la determinante tecnologica sottostante e considerare
intrinseci e naturali (e dunque non modificabili) modi che in realtà non
lo sono. Sono queste tre variabili strettamente interagenti e
profondamente integrate in un sistema che producono ciò che chiamiamo
scuola ancora oggi. Al contrario di quello che molti pensano, infatti,
la scuola, così com'è oggi, è qualcosa di perfettamente integrato e
funzionante: è un sistema coerente che si è evoluto nel corso dei secoli,
e particolarmente nel corso degli ultimi duecento anni, ed è perciò al suo
interno molto ben strutturato. Esso ha alla sua base una tecnologia ben
precisa che lo supporta, e, in funzione di questa, ha coerentemente
strutturato, nei limiti in cui la tecnologia stessa lo permette, i suoi
modi e compiti di apprendimento, producendo sbocchi e soddisfacendo
bisogni sostanzialmente in linea con l'ambiente che lo ha generato. Il
sistema con cui si fa lezione, con cui sono divise le materie, sono
organizzati gli insegnanti e gli insegnamenti, il sistema per classi di
età, curricolare, di valutazione ecc, sono componenti articolate,
funzionalmente e strutturalmente ben integrate tra loro. Si tratta di un
mondo funzionale coerente, e non di un insieme di componenti eterogenee e
affastellate.
Ed è
perfettamente coerente e regolare il fatto che utilizzando questo sistema
non si conosca l'arte o la musica, ma si "sappia" perfettamente (se lo si
segue) la storia dell'arte e la storia della musica, oppure che non si
possa parlare una lingua straniera ma se ne conosca la produzione
letteraria fino ai più minuti titoli, o ancora che si sappia formulare,
magari con matematica esattezza, le leggi della dinamica, ma non si
distingua la traiettoria di un razzo da quella di un proiettile, o infine
che, eventualmente, si "studi" il computer ma che nel concreto non lo si
sappia usare: è quanto il sistema stesso è nato e si è evoluto per fare, e
non un'aberrazione dovuta a carenze o deviazioni (chi sostiene questo o
non capisce che cosa sia veramente la scuola oppure è semplicemente in
malafede).
4. All'origine e alla base di questo sistema vi è, innanzitutto,
un certo tipo di tecnologia. Questa tecnologia è la stampa a caratteri
mobili. E' molto importante poiché si tratta della prima vera tecnologia
cognitiva in quanto riguarda non il lavoro fisico umano, in funzione di
supporto o amplificazione energetica, ma lo scambio, l'acquisizione di
informazione e conoscenze. Come tutte le tecnologie, il suo scopo è
anch'esso amplificativo: superare i limiti "naturali" di questo scambio,
legato alla copresenza simultanea, e cioè alla presenza nello stesso
spazio e nello stesso tempo, dell'emittente e del(i) ricevente(i), e
consentirlo "a distanza" nel tempo e nello spazio, e quindi moltiplicarlo
in maniera praticamente illimitata. Si tratta inoltre di una vera e
propria tecnologia, in quanto presenta tutte quelle caratteristiche di
riproducibilità, semplicità d'uso, basso costo, che le permettono di
diffondersi estesamente e rapidamente. La scrittura, ad esempio, che può
svolgere tecnicamente le stesse funzioni della stampa (da cui, di fatto,
la stampa storicamente dipende), non è invece, relativamente alla
comunicazione, una tecnologia. La replica delle copie, da cui dipende gran
parte del successo della diffusione nello spazio e nel tempo, è affidata
al lavoro manuale di copiatura: ma scrivere è lento, complicato e costoso.
Il sistema non è efficace a questo scopo. Si calcola invece che nei primi
cinquant'anni dall'invenzione della stampa si siano pubblicati più testi
di quanti ne sono stati scritti durante tutta la storia dell'umanità: si
tratta dunque di una rivoluzione straordinaria che produce un impatto
altrettanto straordinario.
Tuttavia,
come tutte le tecnologie di grande successo, la stampa produce una
ristrutturazione profonda dei modi in cui i compiti da essa toccati
venivano svolti precedentemente. La stampa è confinata a un solo medium
comunicativo: il linguaggio scritto. Ciò significa che tutti i compiti di
trasferimento, condivisione e diffusione delle conoscenze possono essere
effettuati giovandosi di questo potente amplificatore tecnologico soltanto
a patto che esse siano integralmente formulate in questa forma. Benché
oggi questo sembri ovvio, al punto che la trasmissione delle conoscenze,
o, addirittura, la loro esistenza, è per noi inconcepibile senza una loro
formulazione in linguaggio scritto, prima della stampa la situazione era
ben diversa. E siccome la trasmissione delle conoscenze (nel senso più
lato possibile) è il cardine e la sostanza dei processi di apprendimento,
è proprio lì che è avvenuto invece il grande mutamento. Questa
trasmissione avveniva infatti nel contesto di uso e di applicazione del
sapere stesso: attraverso l'esperienza diretta e l'apprendistato, in
un'attività a tu per tu con il "maestro", inteso non come dispensatore di
conoscenza, ma come operatore esperto che si osservava e con cui si
interagiva nell'utilizzo effettivo e concreto delle conoscenze. La
trasmissione era indiretta: vi partecipava in maniera sostanziale e
determinante l'esperienza osservativa e operativa dell'allievo; era solo
parzialmente verbale e, in questo caso, nella ben diversa forma della
verbalizzazione "in presenza" (in presenza del compito e dell'esperienza
fattuale) molto differente da quella totalizzante del testo scritto che è
appunto "in assenza".
Molte altre
caratteristiche, sulle quali non mi posso qui dilungare, sono in gioco nel
caratterizzare questo modo di apprendimento, a volte etichettato (in
maniera evocativamente corretta, ma da non prendersi strettamente alla
lettera) dal suo tipico contesto: la "bottega". E si tenga ben presente
che questo tipo di apprendimento non è limitato, come si potrebbe pensare
osservando quanto ne resta oggi, alle sole "abilità". Era apprendimento di
conoscenze anche di natura complessa, come sono certamente quelle
necessarie, ad esempio, a progettare e costruire la incredibile volta del
Pantheon o il sistema idraulico a caduta in grado di far superare agli
acquedotti romani gli innumerevoli ostacoli del terreno. Eppure questa
trasmissione di conoscenze avveniva senza ricorso al testo, alla lingua
scritta: sappiamo da Vitruvio che la quasi totalità degli architetti
romani era analfabeta. E' difficile, dopo quattro secoli, rendersi
conto che quella forma, cui noi abbiamo completamente delegato la
trasmissione delle conoscenze e l'apprendimento, è invece solo uno dei
modi mediante cui l'essere umano apprende. Gli psicologi, che hanno
studiato sistematicamente i processi di apprendimento, chiamano questo
modo "simbolico", o, per meglio dire, "simbolico-ricostruttivo". Ciò
significa che si utilizza il linguaggio scritto in maniera sostanzialmente
totalizzante e autosufficiente. Io leggo un testo, composto da simboli
verbali a ciascuno dei quali è associato un significato che rimanda a un
referente (a un oggetto o una situazione del mondo reale), ricostruisco
questo oggetto o questa situazione nella mia mente e opero, sempre
mentalmente, su essi. E' un sistema autosufficiente che non ha bisogno, se
non agli "estremi di contatto", della realtà: il resto avviene nella
mente.
5. Ma
esiste anche un altro tipo di apprendimento, che si ha osservando,
toccando, modificando, riosservando gli effetti che conseguono all'azione,
riprovando, cambiando qualcosa e, di nuovo, osservando i risultati: in una
parola, ciò che gli psicologi chiamano apprendimento "senso-motorio" o
"percettivo-motorio". Esso è appunto generato da ripetuti cicli di
percezione e azione, nei quali l'osservazione del risultato modifica
l'azione stessa, che a sua volta modifica quindi la percezione, e così
via. Si tratta di un altro canale di elaborazione cognitiva, che esiste
nell'uomo, assieme a quello "simbolico-ricostruttivo", per motivi
prettamente biologici, connessi alla nostra storia evolutiva. Quegli
stessi motivi biologici che ci permettono di affermare che (ci piaccia o
meno) l'apparato percettivo-motorio è quello davvero
fondamentale.
E' l'apparato
più antico dal punto di vista evoluzionistico: lo abbiamo in comune con
gli altri primati da circa settanta milioni di anni; al contrario, quello
"simbolico-ricostruttivo" è, sempre dal punto di vista evoluzionistico,
molto recente, non avendo più di centomila anni. E' l'apparato
esclusivo che usa il bambino piccolo per apprendere quando non sa ancora
parlare. Nel momento in cui lo vediamo manipolare freneticamente tutto ciò
che lo circonda, quando, come diciamo noi, "gioca", il bambino piccolo sta
conoscendo, sta facendo opera di apprendimento. Nel giro di due anni
egli passa da uno stato di totale scoordinamento e incapacità di muoversi
e muovere il mondo a uno stato in cui ha organizzato questo mondo secondo
regole, comportamenti, leggi, in modo prevedibile e agibile. E' un'immensa
opera di analisi e sistematizzazione: è un'immensa opera di "studio" che
viene compiuta senza usare alcun simbolo linguistico, e che è inoltre
molto rapida e non comporta uno sforzo apparente.
Il sistema di
apprendimento percettivo-motorio non scompare con la padronanza del
linguaggio: di fatto, esso viene utilizzato da noi tutti i giorni, anche
se non lo riconosciamo come tale poiché non possiede il "crisma"
dell'altro sistema, quello simbolico-ricostruttivo. Ad esempio, quando
impariamo a usare un videoregistratore provando direttamente a farlo
funzionare, manipolando i suoi comandi e osservando che cosa succede,
invece di leggere il libretto di istruzioni. Si dirà: si tratta di compiti
"bassi": abilità o "tecniche". Non è vero, neanche per noi e neanche oggi:
quanti di voi hanno imparato a usare il computer leggendo pedissequamente
le (corposissime e noiosissime) istruzioni e poi applicandole, e quanti
invece hanno semplicemente acceso e cominciato a "smanettare"? Imparare a
usare Word o Excel è un compito "basso"? Il problema non è soltanto che
ci comportiamo in questo modo, ma soprattutto che preferiamo imparare
così. Ci sembra più facile, più naturale, facciamo molto meno sforzo,
apprendiamo meglio (più rapidamente, più permanentemente), ecc. E ciò
accade proprio perché questo è (in tutti i sensi) il nostro sistema
fondamentale di apprendimento e non l'altro che presenta caratteristiche
diametralmente opposte: è faticoso, richiede attenzione e concentrazione,
è molto lento, è (a meno di continui sforzi di drilling) poco permanente,
ecc. Eppure noi abbiamo istituzionalmente spostato tutto il nostro
apprendimento su questa modalità: dico "spostato" poiché fino a quattro
secoli fa non era evidentemente così.
Ma perché,
allora, se, come abbiamo visto, il sistema senso-motorio è quello più
facile, quello più potente, quello che preferiamo usare, la modalità di
apprendimento cambia totalmente in favore di quella
simbolico-ricostruttiva, e perché cambia dopo l'invenzione della stampa?
Perché questo sistema di trasmissione delle conoscenze è estremamente
limitato, a causa delle sue caratteristiche intrinseche, nei modi e casi
in cui può operare e nel numero delle persone che è in grado di
formare. Il suo problema fondamentale è molto semplice: riprendiamo
l'esempio del videoregistratore o del programma di computer. Ebbene, per
imparare in questo modo dobbiamo avere di fronte un videoregistratore o un
computer. E non basta, dobbiamo poterlo usare e, se incontriamo qualche
difficoltà, dobbiamo anche essere in presenza di qualcuno che lo sa usare
e che "ci fa vedere come si fa". Se non ci sono tutte queste condizioni,
appunto percettive e motorie, non posso imparare nulla. Se invece prendo
un libretto di istruzioni o un manuale, innanzitutto mi libero della
necessaria presenza di un "maestro" (quest'ultimo ha cercato infatti di
tradurre quanto sa proprio nel libretto o nel manuale), e poi posso
imparare anche senza aver di fronte l'"oggetto": farò più fatica, sarà
molto più difficile, ma se "studio" bene il manuale, se lo "imparo",
dovrei essere in condizione di usare il programma anche senza averlo mai
visto e praticato.
L'anello
cruciale che permette tutto ciò è proprio il "libretto di istruzioni", il
"manuale": un testo scritto totalizzante e onnicomprensivo che mi permette
(o dovrebbe permettermi) di svolgere l'intero compito di apprendimento. E'
altresì evidente che se posso imparare anche in assenza degli oggetti,
della situazione e del maestro, questa condizione sarà accessibile
praticamente a tutti, indipendentemente da dove, con chi e con che cosa si
trovino: purché abbiano il "manuale". Se ora, improvvisamente, una
tecnologia rende possibile una diffusione del "manuale" praticamente
illimitata (ovunque, in numero illimitato di copie, a basso costo), ne
consegue che sarà possibile diffondere conoscenze e apprendimenti a tutti
in modo essenzialmente non condizionato.
Si rimuovono
le limitazioni. In questo modo si genera la grande spinta a "tradurre"
tutte le conoscenze nella forma esplicita ed esclusiva del testo scritto e
a organizzare l'intero apprendimento attorno a essa. La scuola, il suo
concetto, la sua organizzazione, la sua struttura dipendono interamente
(e, bisogna sottolinearlo, funzionalmente) da ciò, in maniera
sostanzialmente inalterata ancora oggi. A fronte di un enorme
vantaggio, la rimozione di limiti e condizioni molto strette
all'apprendimento, si paga però un prezzo elevato: la rinuncia totale al
modo percettivo-motorio e l'adozione altrettanto esclusiva del modo
simbolico-ricostruttivo. La rinuncia, cioè, a quel modo più spontaneo e
naturale di apprendimento, soggettivamente avvertito come più motivante,
meno faticoso e anche più "divertente". E' importante capire, tuttavia,
che proprio perché entrambi i modi fanno parte della nostra struttura
biologica, la preferenza verso quello percettivo-motorio resta intatta:
ciò significa che se essi entrassero in concorrenza, se cioè fosse
possibile ottenere dimostrabilmente gli stessi o analoghi risultati,
quest'ultimo "vincerebbe" inarrestabilmente.
6. Il
fatto nuovo rispetto a questa condizione, essenzialmente stabile e
integrata, è che da circa cinquant'anni la tecnologia sta gradualmente,
anche se lentamente, rimuovendo quelle limitazioni che ostacolavano la
possibilità di una diffusione vasta e a distanza del modo di operare
percettivo-motorio. La diffusione e il miglioramento della tecnologia
delle immagini, da una parte, e la possibilità di operare e interagire
remotamente, dall'altra, cominciano a essere capaci di estendere
significativamente la sfera dell'universo percettivo-motorio molto al di
là del piccolo raggio del contatto diretto con il soggetto: comincio a
poter "vedere" a distanza, "sentire" a distanza, "interagire" a distanza,
"manipolare" a distanza. E ciò sta accadendo in maniera estremamente
accelerata e su vasta scala, soprattutto negli ultimi anni, proprio con
l'avvento delle tecnologie multimediali e di rete.
Siamo ormai
di fronte alla possibilità di riutilizzare questa modalità di
apprendimento, senza più le limitazioni di prima e poiché, come ho detto,
si tratta di quella preferita, per motivi intrinseci alla nostra natura
biologica, la spinta al cambiamento è molto forte ed è difficile pensare
di fermarla. Essa tende a manifestarsi in comportamenti che esprimono
perdita di interesse o, addirittura, insofferenza nei confronti del
vecchio modo, poiché, per quanto inconsapevolmente, si percepisce la
possibilità di fare altrimenti. La concorrenza tra l'assunzione di
informazioni tramite la lettura di un testo scritto rispetto alla visione
diretta a distanza, anche con un mezzo ancora così "primitivo" come la
televisione, ne è un buon esempio.
Qui sorge,
tuttavia, spontanea la domanda: ma perché si dovrebbe voler fermare questa
spinta al cambiamento? Anzi, visti i vantaggi, perché non favorirla?
Indubbiamente giocano un ruolo, anche importante, motivi di sciocca
conservazione, come appare, ad esempio, la difesa un po' ottusa della
forma-libro a ogni costo, come se la perdita di questa forma, anziché
quella di un semplice mezzo tra gli altri, significasse anche la perdita
dell'oggetto, la "vera conoscenza". Ma vi è purtroppo un motivo molto
più importante: questo cambiamento comporterebbe radicali sconvolgimenti a
tutti i livelli, complessi e difficili da affrontare. E con questo
torniamo alla nostra scuola (anzi, in buona misura, alla scuola in
generale, anche a quella degli altri paesi). Il perché lo dirò in una sola
frase, in modo che non vi siano ambiguità e il concetto sia chiaro a
tutti, anche pagando il costo di un'eccessiva schematizzazione: i due modi
di apprendere non sono né contigui, né sovrapponibili, né producono gli
stessi risultati. Ciascuno di essi si porta appresso una struttura e
un'organizzazione del processo di apprendimento, soprattutto se
istituzionalizzato a raggiungere determinati obiettivi, che è
profondamente diversa, anzi inconciliabile, con l'altra.
Così, il modo
simbolico-ricostruttivo si incarna nella forma-libro, vale a dire il testo
scritto come fondamentale, e spesso unico, medium comunicativo: questo
medium è, come sappiamo bene, pan-lineare, organizzato in tutta la sua
estensione su una dimensione, prima-dopo. Abbiamo così frasi, paragrafi,
capitoli, sezioni, volumi, ecc, tutto costruito secondo un ordine
prima-poi. Conseguentemente, l'apprendimento è organizzato altrettanto
pan-linearmente, in una successione di trimestri e anni scolastici che
ordinano qualunque materia lungo una linea. Si tratta nella maggior parte
dei casi di un completo arbitrio, quando non di una decisa forzatura,
poiché ben pochi argomenti sono intrinsecamente ordinati linearmente. In
pochi casi infatti esiste una propedeuticità reale in cui la conoscenza di
A è presupposto per la conoscenza di B. In quasi tutti gli altri abbiamo
paradossi, come ad esempio quello della geografia, meticolosamente
organizzata in una sequenza triennale Italia-Europa-Resto del mondo, che è
non solo totalmente arbitraria, ma non consente lo stabilirsi di possibili
legami ben più pregnanti esclusi da questa sequenza. Dalla linearità
scaturisce anche la ripetitività: se l'organizzazione ha una sola
dimensione allora la sua riproposizione, di per sé legittima, ad esempio,
per cercare altre connessioni o altri punti di vista, non potrà che
ripeterla. Così, studiamo la geografia o la storia, o l'italiano
ripetendoli in modo sostanzialmente invariato nei vari cicli, due, tre
volte.
L'organizzazione pan-lineare genera anche la netta e invalicabile
separatezza disciplinare: se devo organizzare un campo linearmente non
posso intrecciarlo trasversalmente (il che richiede almeno due
dimensioni). Dunque potrò solo giustapporre, l'uno a fianco all'altro,
campi diversi. La rigidità dell'ordinamento lineare è la causa principale
dei ripetuti fallimenti che l'organizzazione scolastica ha sperimentato e
continua a sperimentare in materia di coordinamento, trasversalità e
interdisciplinarietà. E non potrebbe essere che così, dal momento che
l'organizzazione lineare delle discipline se ne porta appresso, come
logica conseguenza, un'altra altrettanto potente e ben difficile da
contrastare: quella dell'orario scolastico, delle materie e, soprattutto,
delle docenze, anch'esse semplicemente giustapposte l'una a fianco
all'altra, per cui nessun docente è istituzionalmente in grado o
autorizzato ad "attraversare", a "connettere". Queste sono le semplici
conseguenze strutturali e organizzative della forma base con cui è
organizzato l'apprendimento. Va sottolineato che esse sono sinergiche e
mutualmente interdipendenti: non è possibile pensare di modificarne solo
l'una o l'altra.
7. Ma
l'apprendimento di tipo simbolico-ricostruttivo ha anche molte altre
conseguenze. Non possiamo illustrarle e spiegarle tutte. Ci limitiamo a
elencare le più importanti. Da esso dipende, ad esempio, la costituzione
delle classi di apprendimento come rigide classi di coetanei. Ne dipende,
altresì, direttamente il procedimento di verifica (interrogazioni ed
esami), dal momento che esso tende a costituire conoscenze "dichiarative",
esplicite e coscienti, ma nient'affatto contestualizzate alla loro
applicazione, come avviene nell'apprendimento risultante nel "saper fare".
Di qui anche l'"astrattezza", spesso rimproverata, e l'incapacità di
utilizzare efficacemente le stesse conoscenze apparentemente acquisite in
concreti contesti d'uso o esperienziali.
Infine, ne
dipendono caratteristiche del processo e del risultato. Il primo, come
abbiamo già sottolineato confrontandolo con quello dell'apprendimento
percettivo-motorio, è molto lento: acquisire esplicitamente e
consapevolmente richiede molto tempo e costa molto sforzo. Il secondo
tende a essere, così come la struttura dell'insegnamento, piuttosto rigido
e compartimentalizzato: gli apprendimenti risultanti sono specializzati,
non flessibili e non facilmente modificabili. E' tutto questo complesso
che costituisce l'universo ben integrato e fortemente strutturato di cui
abbiamo parlato all'inizio: l'apprendimento per via esclusivamente
simbolico-ricostruttiva, generato e supportato dal dominio assoluto della
forma-libro quale unico medium comunicativo tecnologicamente efficiente,
lo produce come conseguenza necessaria.
Questa
integrazione e strutturazione va tenuta ben presente poiché ci fa
comprendere che non è possibile modificarne, nemmeno minimalmente, parti o
componenti, se non restando all'interno della stessa logica che lo genera
e mantenendone le stesse caratteristiche fondamentali. È, ad esempio,
perfettamente possibile aggiungere ad libitum nuove "materie", purché si
resti nell'ambito della linearità e separatezza disciplinare: è quindi
perfettamente possibile inserire una disciplina "informatica", in cui si
"studi" il computer, insegnata da appositi docenti forniti
dell'appropriata specializzazione disciplinare. In tutti gli altri casi,
si può facilmente predire che questo universo rimarrà sostanzialmente
"impermeabile" alla penetrazione e alla modifica. Non sarà così possibile
inserirvi il linguaggio della visione, della oralità e le forme
costruttive tipiche di essi, con buona pace della televisione e dei
"sussidi audiovisivi" (così come non è stato mai possibile inserirvi il
linguaggio della musica, della gestualità, ecc).
E ancor meno
sarà possibile inserirvi il computer come supporto delle forme
ipertestuali e multimediali, che recano nella loro stessa denominazione la
negazione della priorità del testo e della linearità. Se poi si pensa che
la rete universale, Internet, è interamente costruita e organizzata con
una logica ipertestuale (ricordo, a chi avesse perso consapevolezza di
questo inscindibile legame, che Html, il formato universale delle pagine
web, sta per Hyper text markup language), e se si aggiunge che la realtà
virtuale non è altro che il tentativo di ricreare elettronicamente
ambienti ed universi percettivo-motori (sì, proprio quelli dell'omonimo
apprendimento), non è difficile rendersi conto che tutto ciò cozza
frontalmente contro l'intima essenza e struttura dell'organizzazione
scolastica.
8. Da qui
le ragioni del mio pessimismo. Siamo disposti a mettere in gioco
radicalmente (vale a dire, fino a farla praticamente scomparire)
l'organizzazione disciplinare, e soprattutto, siamo disposti a metterla in
gioco a monte, nella formazione dei docenti, anzi all'origine (poiché, in
ultima analisi, è lì il vero problema) nella loro stessa formazione
universitaria? Si badi bene: non sto assurdamente argomentando la
scomparsa delle discipline in genere, e nemmeno nella formazione tecnica
dei docenti: la sto argomentando in una scuola che non ha il compito di
preparare tecnicamente al lavoro, come invece lo hanno l'università o
altre istituzioni superiori, ma quello di formare al metodo e alla
conoscenza, oltre che magari alla vita civile e sociale, di sviluppare
abilità e capacità, di fornire chiavi e strumenti, e non soluzioni e
digestioni, corpus predefiniti e precotti di materiale; la sto
argomentando, conseguentemente per la specifica formazione pedagogica dei
docenti che dovrebbe avere un peso determinante e non marginale come
oggi.
Siamo
disposti a mettere in gioco la progressione lineare nei cicli? Siamo
disposti a mettere in gioco l'organizzazione per classi di età? Siamo
disposti a mettere in gioco, quindi, l'esistenza della stessa "classe"? E
l'uniformità dei programmi non solo per ciclo, scuola o classe, ma anche
per "individuo" (parlo ovviamente di "programma" nel senso di "percorso
formativo")? E il sistema di valutazione? Non vedo tracce di tutto ciò.
Vedo molto prominenti, forti resistenze corporative, soprattutto da parte
dei "tutori", istituzionali o meno, dei saperi disciplinari. Vedo timidi
tentativi facilmente riassorbibili con operazioni di tipo trasformistico
(definire ampie "aree" di saperi essenziali, ma poi magari definirle così
bene da ritornare al vecchio concetto di programma). Soprattutto non vedo
avviati e promossi una seria analisi e un serio dibattito che investa
direttamente e frontalmente gli interrogativi che ho appena formulato.
reimpaginazione by f.g.
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